Blog semiserio con spiccato orientamento a smascherare le bufale dette con serietà , ed a trovare la verità in ogni bufala.
Siamo soli e sempre più assediati, costretti in un angolo, obbligati a difenderci da attacchi provenienti da tutte le parti. Se critichiamo gli uni, esponiamo - apparentemente - il fianco agli altri. E viceversa. Né gli uni né gli altri sono in grado di comprendere che critichiamo esattamente la stessa cosa - anzi, la respingiamo - proprio perché è la stessa cosa, che pure si manifesta in modi diversi. Ma noi ne riconosciamo l'identica sostanza e lo diciamo, tentando di sfuggire all'aut aut di chi ci impone di scegliere tra due assurdità. Siamo soli, dicevo, e siamo in minoranza, perché siamo fedeli a un unico principio che vediamo bistrattato da entrambe le parti. Di questa solitudine, però, facciamo una forza, la forza della ragione - che non impone di "credere" a nulla, ma garantisce invece il diritto e la possibilità di analizzare tutto con i suoi strumenti, anche quando i risultati a cui arriviamo sono diversi da quelli che ci aspettavamo. Non dobbiamo credere a nulla a priori, perché per noi chi crede ha già rinunciato a pensare - a meno che per "pensare" non intenda lo sciacquarsi la bocca con dogmi non sottoposti all'esame critico o, addirittura, del tutto contrastanti con l'evidenza empirica derivante dalla nostra esperienza.
Di fronte alle vere e proprie idiozie che una religione come l'islam cerca di diffondere in maniera sempre più violenta e proterva anche da noi, c'è chi non si limita a smascherarne l'irrazionalità, ma invoca il recupero dell'altrettanto irrazionale dogmatismo della religione cristiana - qui in Italia nella sua variante cattolica. Non si rende conto - o non vuole rendersi conto - che i princìpi di quest'ultima non sono meno inverificabili di quelli della prima. Perché sarebbe più "razionale" o più "saggio" credere (o fingere di credere) in vere e proprie assurdità come la nascita di un uomo - che sarebbe anche dio - da una vergine, la resurrezione di un morto in via di putrefazione o la transustanziazione di pane e vino nel corpo e nel sangue di un uomo? Perché queste affermazioni dovrebbero avere un maggiore contenuto di "verità" rispetto alle credenze di altre superstizioni meno note? In che cosa si differenzia chi crede nella transustanziazione da chi crede che se si immola per Allah troverà settantadue vergini in paradiso ad accoglierlo? Chi ci guadagna in conoscenza e in giustizia se, per affossare le fole dell'islam, dobbiamo berci le fole altrettanto stupide del cristianesimo? D'altro canto c'è chi esercita costantemente una critica radicale del cattolicesimo - dei suoi riti, dei suoi dogmi e dei suoi officianti - ma poi chiude gli occhi sulla brutalità dell'islam. C'è chi condanna con la massima durezza il cattolicesimo e i suoi esponenti, ma poi diventa mite, cedevole e arrendevole quando sarebbe il momento di criticare, con la stessa durezza, l'islam e i suoi portavoce. E' anche lui un "laico" a corrente alternata, esattamente come chi per opporsi all'islam recupera il cristianesimo dalla pattumiera della storia, solo che in questo caso finge di non vedere la montante ondata musulmana, accusando magari di razzismo chi glielo fa notare e crogiolandosi in uno strumentale senso di colpa nei confronti del "buon selvaggio", che stavolta però tanto buono non è.
Io rivendico il diritto di dire no al cristianesimo senza per questo cedere di un millimetro ai vaneggiamenti e alle brutalità dell'islam e, allo stesso tempo, rivendico il diritto di dire no all'islam senza per questo cedere di un millimetro alla negazione dell'evidenza operata dal cristianesimo e dai suoi cantori, spacciata per "difesa dell'occidente". E il mio no ha la stessa radice in entrambi i casi: il rifiuto di "credere" ad affermazioni che vanno contro ogni evidenza e a princìpi che non siano stati sottoposti all'esame scientifico per essere confermati o smentiti. A questo si aggiunge il mio rifiuto di accettare l'estensione o l'imposizione di comportamenti o divieti basati su dogmi irrazionali e inverificabili: solo l'individuo deve poter scegliere per se stesso. Per quanto riguarda le mie convinzioni o la mia percezione della realtà, io sono sempre stato disposto (e lo sarò sempre) ad aggiustarle e modificarle ogni volta che mi si presentino delle prove convincenti. Prove cioè fondate sulla realtà e non su una presunta autorità religiosa.
Detto questo, non ho difficoltà ad ammettere che la brutalità e la violenza, oggi, stanno soprattutto dalla parte dell'islam. Tuttavia questo non accade per ragioni intrinseche a quella religione e assenti nel cristianesimo - volendo, la Bibbia contiene sufficienti spunti per chi volesse applicare una crudeltà e una spietatezza speculari -, ma perché nei paesi musulmani l'islam ha accesso diretto alla legislazione della sfera "civile" e "politica" e non si limita a tentare di "influenzarli", come fa invece la chiesa cattolica in Italia (e come fanno i vari gruppuscoli fondamentalisti cristiani negli Stati Uniti). La predisposizione alla brutalità religiosa è identica in tutti gli individui: l'islam - con il suo battente indottrinamento, favorito da un'assenza di dibattito pubblico e di critica diffusa nei paesi musulmani - è riuscito nella sua missione perversa di attivare questa caratteristica in coloro che ha sottomesso, tanto che le prime vittime dell'islam sono proprio coloro che ci credono davvero. Doppiamente vittime, perché non sanno nemmeno di esserlo. E' quindi una parete sottile quella che ci separa da loro: da noi il cristianesimo non agisce più direttamente nella sfera civile, anche se spesso ho l'impressione che le gerarchie ecclesiastiche provino una vera e propria invidia nei confronti dei più "fortunati" - dal loro punto di vista - paesi musulmani, dove i dogmi si impongono per legge e non c'è bisogno di tutto questo contrattare con le autorità politiche e, soprattutto, con l'opinione pubblica. Ma questa parete sottile non è stata eretta dalle autorità ecclesiastiche - questo dobbiamo ricordarlo sempre -, ma da coloro che si sono opposti alla loro pretesa di imporre la loro irrazionalità a tutti i cittadini.
Però c'è anche un altro aspetto che non si prende mai abbastanza in considerazione, ma che mi lascia ben sperare. In realtà, chi dice di credere, molto spesso non crede veramente, ma si limita a credere di credere. Ed è questa la nostra fortuna. Se interrogati sui dogmi del cattolicesimo, molti dei cosiddetti credenti verrebbero bocciati a un ipotetico esame di "fede", e non soltanto perché non li conoscono, ma perché - ne sono certo -, se messi alle strette, non ammetterebbero mai di credere davvero in dogmi che contrastano palesemente con l'evidenza dei fatti e con le conoscenze più elementari in ambito scientifico. Quale persona ragionevole è disposta a sottoscrivere sul serio il dogma della transustanziazione, per esempio, che è una delle più smaccate idiozie della religione cattolica? Ma se anche coloro che ancora si dichiarano credenti e cattolici non fossero mai disposti a confessare quello che in cuor loro non credono, c'è qualcos'altro che mi dà ragione in questa ipotesi: i loro comportamenti concreti. I loro comportamenti non soltanto in ambito etico - dove ormai quasi nessuno dà più retta ai precetti strampalati nel caso migliore, disumani nel caso peggiore, imposti dalla chiesa cattolica - ma anche i loro comportamenti quotidiani che rivelano una fiducia ben più solida nelle conquiste della ragione, della scienza e della tecnologia. Una fiducia solida che non richiede alcun atto di fede, poiché è la stessa esperienza quotidiana a confermarlo: accendere un interruttore, fare una telefonata con un telefono cellulare, assumere un medicinale dimostrano che, a conti fatti, gli uomini danno più fiducia al metodo scientifico e ai suoi misurabili successi. Il passo successivo, dunque, sarà di abbandonare l'ipotesi di dio, che non serve più a nulla. Ma prima di allora, come scrive Cioran, "Finché resterà in piedi anche solo un dio, il compito dell'uomo non sarà terminato" - e nemmeno il nostro compito di "atei luminosi".
Fonte: cadavrexquis
Ho citato questo testo perché lo condivido fino in fondo, e, perché non sarei stato capace di scrivere le stesse cose con la stessa incisività.